Rose rapaci
Ottantotto milioni di tonnellate di fiori recisi all'anno, per un giro d'affari di 264 milioni di dollari: questi i dati del business della floricoltura in Kenya. Ma se i benefici di questo business per le popolazioni locali sono dubbi, i danni ambientali sono accertati. Il lago Naivasha, a un centinaio di chilometri da Nairobi, uno dei luoghi in cui più si è sviluppata l'industria dei fiori, si è abbassato di tre metri e le popolazioni di pastori nomadi che un tempo portavano gli animali ad abberverarsi al lago si vedono ora chiuso l'accesso all'acqua dai floricoltori, fatta eccezione per un brevissimo e ormai sovrasfruttato tratto di sponda.
"Un fiore è composto per il 90% da acqua", afferma il direttore della Ewaso Ngiro River water authority Severino Maitima. "Esportare fiori significa esportare acqua. Il Kenya è uno dei Paesi più aridi al mondo eppure esporta acqua verso i Paesi più umidi. Non ha senso".
La floricoltura industriale si sta affermando non solo in Kenya, ma anche in Etiopia, Rwanda e Uganda, riproponendo anche in questi Paesi gli stessi problemi già emersi in Kenya: alla deviazione di corsi d'acqua e bacini idrici per l'irrigazione dei campi di fiori si aggiungono l'uso dei pesticidi e i relativi danni alla salute dei lavoratori delle serre e un'ineguale redistribuzione degli utili derivanti dall'esportazione. In Paesi dove il rischio siccità è elevato e il diritto all'acqua per i cittadini è tutt'altro che garantito, lo sfruttamento massiccio a fini industriali delle risorse idriche rischia di compromettere irreversibilmente la disponibiltà stessa di un bene così imprescindibile.
da ismico.org

