ARTICOLI : 2009

Dal Canada "NO" al mercato dell'acqua

“Mantenere l’acqua come patrimonio comune o farne una mercanzia che sottostà alle regole del mercato? E’ questo il tema più controverso nella discussione mondiale sull’acqua”: lo dice, in un’intervista di “Tierramerica”, la canadese Maude Barlow, presidente del ‘Council of Canadians’ (la più grande organizzazione impegnata per la giustizia sociale in Canada), insignita nel 2005 del cosiddetto ‘Nobel alternativo’, il ‘Right Livelihood Award’. Secondo la Barlow, che da 20 anni indaga e denuncia il degrado incessante e la privatizzazione delle risorse idriche del pianeta, l’acqua deve essere urgentemente dichiarata “patrimonio comune dell’umanità” mentre l’industria mineraria e l’agro-industria per l’esportazione - “che praticamente governano in alcuni paesi” - devono fare un netto passo indietro e smettere di contaminare una risorsa vitale per il pianeta. “Tierramerica”, strumento di comunicazione e dibattito sull’ambiente e lo sviluppo sostenibile in America Latina, ha incontrato la Barlow in Cile, dove presentava l’ultimo dei suoi 16 libri , dal titolo “Il convegno blu: la crisi globale dell’acqua e la battaglia futura per il diritto all’acqua”. Consigliere del presidente uscente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Miguel D’Escoto, la Barlow intravede almeno tre problemi che derivano dalla volontà arbitraria di alcune aziende e governi di decidere sulla disponibilità dell’acqua: “Il primo è che andrà solo a chi potrà comprarla, non necessariamente a chi ne ha bisogno. Il secondo è che, ovviamente, non ci sarà alcuna tutela dell’acqua come elemento per la riproduzione della natura; il terzo è che si disincentiverà la protezione delle fonti idriche e più sarà scarsa l’acqua potabile, più alto sarà il suo prezzo”. Oggi, la percentuale di privatizzazione dell’acqua a livello planetario, è stimata tra il 10 e il 15% rileva Barlow, e molte amministrazioni locali stanno tornando sui propri passi recuperando i sistemi di gestione pubblici dopo averli privatizzati; ma preoccupano altre e più insidiose formule di privatizzazione, come quella dell’acqua in bottiglia. “L’ultima tendenza è privatizzare attraverso ‘diritti’: l’acqua è considerata un diritto di proprietà privata, venduta e comprata anche attraverso intermediari che intascano commissioni. Stanno anche nascendo banche dell’acqua. Il problema è che vengono creati molti più diritti di quanta sia l’acqua fisicamente esistente. Fortunatamente sono ancora molto pochi i paesi che hanno adottato questo sistema. In questa tendenza di mercato, gli ultimi estremismi si notano in paesi che non hanno molta acqua come Giappone, Arabia Saudita e alcuni europei che stanno comprando terra in nazioni povere solo per accedere alle loro risorse idriche. Hanno iniziato in Africa e ora si stanno muovendo verso l’America Latina”. Una regione, l’America Latina, che probabilmente, aggiunge Barlow, ha la maggiore ricchezza di acqua al mondo pro capite e possiede molte risorse, “ma nella pratica ha una delle più basse disponibilità a causa della massiccia contaminazione delle acque di superficie e di alcune sotterranee, la disuguaglianza nell’accesso e la privatizzazione”. Come consigliere del presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, l’esperta propone regole chiare: “Che l’Assemblea adotti un programma e una risoluzione in cui riconosca la crisi globale dell’acqua. Il piano dovrebbe basarsi su tre principi: la protezione delle fonti d’acqua dolce e il loro recupero in tutti i paesi; dichiarare l’acqua patrimonio comune assicurando che tutti abbiano un accesso equo e questo implica dare priorità al suo utilizzo per la produzione alimentare locale e non per le monocolture da esportazione; stabilire l’accesso all’acqua come diritto umano. Sarebbe un errore consentire a qualcuno di appropriarsi dell’acqua, quando c’è gente che muore per la sua mancanza. Chiediamo che i paesi cambino le loro Costituzioni, come ha fatto tre anni fa l’Uruguay, per adottare la concezione che è lo stato ad avere la responsabilità di mantenere l’acqua pulita e garantirne l’accesso”. E’ tempo inoltre che l’industria mineraria cambi rotta: “L’uso commerciale dell’acqua - conclude Barlow - viene dopo le priorità; si devono chiedere autorizzazioni e pagarle; e se si distruggono le fonti o si contaminano, le concessioni vanno ritirate… La mobilitazione cittadina è tutto. I cambiamenti vengono dalla base. Ho visto la gente più povera del mondo alzarsi in piedi e lottare per l’acqua. Ricordo un anziano a Cochabamba, in Bolivia, che stava protestando e gli ho chiesto ‘perché?’ Mi ha detto che preferiva morire per un proiettile piuttosto che vedere i suoi figli morire per l’acqua sporca”.

Da misna.org