America Latina. I popoli indigeni chiedono la tutela dei loro diritti
I popoli indigeni dell'America Latina hanno concluso il loro quarto vertice continentale adottando la Dichiarazione del lago Titicaca che recepisce un accordo di principio per la creazione dell'Unione mondiale, una sorta di Onu dei popoli indigeni, che si propone di confrontarsi con le Nazioni Unite propriamente dette, soprattutto su materie come la tutela ambientale. Il vertice di Abya Yala (nome con cui l'etnia kuna - originaria di un territorio attualmente sotto la sovranità di Panamá e Colombia - chiamava l'America prima dell'arrivo di Cristoforo Colombo), si è tenuto a Punu, in Perú, al confine con la Bolivia, sulle sponde appunto del lago Titicaca.
I cinquemila partecipanti, in rappresentanza di circa quattrocento etnie del continente americano, cioè di quaranta milioni di persone, hanno deciso di dare vita a un'organizzazione - appunto la loro Unione mondiale - incaricata di far sentire la loro voce nelle più alte sedi internazionali e di difendere diritti e tradizioni ancestrali. Tra l'altro, nei giorni trascorsi sull'altopiano peruviano, sono stati avviati contatti con la Conferenza delle Nazioni senza Stato d'Europa per stabilire una sorta di alleanza strategica.
Quelli dell'America Latina rappresentano una percentuale rilevante dei popoli indigeni del mondo, dei quali sono stati identificati almeno cinquemila diversi gruppi in oltre settanta Paesi, con una popolazione globale stimata tra i trecento e i trecentocinquanta milioni di persone, cioè circa il sei per cento degli abitanti del pianeta. Il quarto vertice dei popoli di Abya Yala ha ribadito la sua opposizione ai Trattati di libero commercio, in generale, e a qualsiasi forma di privatizzazione delle terre originarie. Tra le altre richieste del vertice, c'è quella di istituire un Tribunale della giustizia climatica, per individuare i responsabili delle iniziative che più incidono sull'ambiente. Al tempo stesso, i rappresentanti dei popoli indigeni americani hanno anche annunciato la loro presenza a fine anno a Copenaghen, quando i rappresentanti di tutti i Paesi del mondo torneranno a riunirsi per discutere di clima e per negoziare un accordo che subentri al Protocollo di Kyoto - che scade nel 2012 - per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e per creare un fondo di adattamento di aiuto ai Paesi poveri.
La questione climatica era stata al centro, in aprile, anche della riunione tenuta ad Anchorage, in Alaska dal Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene. In quell'occasione, Victoria Tauli-Corpuz, la leader indigena delle Filippine che presiede il Forum, aveva ricordato che le popolazioni indigene hanno secoli di esperienza nell'adattamento al clima e che i loro stili di vita ancestrali hanno una bassissima impronta al carbonio. Come noto, i gas a base di carbonio sono la principale causa dell'effetto serra, che provoca i cambiamenti climatici. Ad Anchorage, rappresentanti delle popolazioni indigene e osservatori di circa ottanta Stati avevano esaminato e discusso i modi in cui i saperi tradizionali possono essere utilizzati negli sforzi di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici.
Le popolazioni indigene hanno contribuito meno degli altri al problema globale del cambio climatico, ma certamente saranno loro a subire il peso maggiore del suo impatto, aveva ricordato l'inuit Patricia Cochran, presidente del Consiglio circumpolare artico e dell'incontro di aprile. Infatti, proprio i popoli indigeni sono in prima linea quando si tratta degli impatti del cambiamento climatico. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, le regioni più colpite - Artico, Caraibi e Amazzonia - sono le aree del pianeta dove vive la maggior parte dei popoli indigeni, come aveva ricordato a sua volta Sam Johnston, dell'Università delle Nazioni Unite di Tokyo, uno degli enti organizzatori dell'incontro. Da Anchorage era stato rivolto un appello ai Governi del mondo perché includano a pieno titolo i diritti dei popoli indigeni nel futuro regime che sarà adottato a Copenaghen. Attualmente, le popolazioni indigene non hanno un ruolo formale nei colloqui sul clima, nonostante che a un recente incontro preparatorio, a Bonn, in Germania, abbiano partecipato alcuni loro rappresentanti come membri della delegazione boliviana (il presidente boliviano Evo Morales, egli stesso un indio di etnia aymara, ha partecipato anche all'incontro ad Anchorage, insieme con il presidente dell'Assemblea generale dell'Onu, Miguel d'Escoto Brockmann, oltre che con il parlamentare danese Juliane Henningsen, rappresentante della Groenlandia). Tuttavia, la stessa Tauli-Corpuz ha ricordato che alle popolazioni indigene venne riconosciuto un ruolo di consulenza quando venne stipulata la convenzione dell'Onu sulle biodiversità, lamentando che non si sia fatto altrettanto per quanto riguarda il clima.
da L'Osservatore Romano

