ARTICOLI : 2009

Italia - 14 miliardi per i caccia bombardieri

È il più grande progetto di riarmo mai realizzato nel nostro paese quello che il Parlamento ha iniziato a discutere lo scorso 25 marzo. "Una scelta irresponsabile in questo momento di crisi" sostiene la campagna Sbilanciamoci. L'inchiesta di Adista sui profitti dell'industria bellica.

È il più grande progetto di riarmo mai realizzato nel nostro paese quello che il Parlamento ha iniziato a discutere lo scorso 25 marzo: 15 miliardi di euro per l'acquisto di 131 cacciabombardieri Joint strike fighter (Jsf). Ma forse parlare di "discussione" è eccessivo dal momento che il governo ha chiesto solo un parere alle commissioni Difesa di Camera e Senato, dopodiché potrà passare alla fase finale, che segue una lunga fase di sviluppo iniziata nel 1999 e già costata oltre un miliardo: l'acquisizione degli aerei (poco meno di 13 miliardi) e la realizzazione nell'aeroporto militare di Cameri (No) - dove fra l'altro è attivo da anni un movimento contro la base, che coinvolge anche la Chiesa locale, la rete Disarmiamoli - di una linea di assemblaggio finale e di verifica destinata successivamente a trasformarsi in un centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica dei velivoli (605 milioni).

"Il progetto è faraonico", spiegano Giulio Marcon e Massimo Paolicelli, della campagna Sbilanciamoci. Il cacciabombardiere Jsf - una coproduzione che coinvolge l'Italia insieme a Usa, Regno Unito, Paesi Bassi, Turchia, Canada, Australia, Norvegia e Danimarca - è un aereo da combattimento di attacco, attrezzato per poter portare anche bombe nucleari e con una tecnologia che lo rende pressoché invisibile ai radar. Secondo il ministero della Difesa, il programma produrrà 10mila posti di lavoro, "ma è puro marketing", sostengono Marcon e Paolicelli: al massimo saranno mille, il numero promesso dalla Difesa è "un'autentica invenzione". Capitolo costi: negli Usa la spesa è già cresciuta dai 245 miliardi di dollari iniziali fino a 270, e sembra destinata a salire ancora; in Olanda la Corte dei Conti ha lanciato l'allarme perché i costi sono lievitati dell'80%; è quindi molto probabile che anche in Italia, alla fine - cioè nel 2026, data prevista per la consegna di tutti gli aerei - i costi saranno molti alti.
Una spesa colossale per un bilancio militare che, fatta eccezione per il piccolo taglio operato da Tremonti nel 2008 dal 2006 è in costante crescita: oltre 4 miliardi e 500 milioni di euro in più, per un aumento netto del 21%, durante il governo guidato da Prodi nel biennio 2006-2007. "Più o meno ogni aereo vale l'equivalente di 400 asili nido o se si preferisce, vista l'attualità, l'indennità di disoccupazione per 80mila precari", calcolano Marcon e Paolicelli. "È paradossale che si possano stanziare tutti questi soldi per un sistema d'arma che in molti dei Paesi coinvolti viene valutato troppo costoso e molto discutibile dal punto di vista operativo, oltre che incoerente con le missioni di pace, mentre il governo non riesce a trovare le risorse necessarie per potenziare gli ammortizzatori sociali per chi perde il posto di lavoro". E in parte anche un doppione, dal momento che l'Italia partecipa anche ad un altro programma internazionale di riarmo, per il caccia europeo Eurofighter, che non a caso il governo sta cercando di ridurre rispetto all'accordo iniziale che prevede l'acquisto di 121 esemplari.
Contro il progetto si sta muovendo l'associazionismo sociale e pacifista. La campagna Sbilanciamoci - a cui aderiscono fra gli altri Arci, Beati i Costruttori di Pace, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Mani Tese, Pax Christi - ha infatti lanciato un appello contro il Jsf e per un diverso utilizzo delle risorse: quella del governo è "una decisione irresponsabile", si legge nell'appello. "In un momento di grave crisi economica in cui non si riescono a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e vengono tagliati i finanziamenti pubblici alla scuola, all'università e alle politiche sociali, destinare 14 miliardi di euro alla costruzione di 131 cacciabombardieri è una scelta sbagliata e incompatibile con la situazione sociale del Paese". "Il parlamento faccia una scelta di pace e di solidarietà; blocchi la prosecuzione del programma. Destini le risorse alla società, all'ambiente, al lavoro, alla solidarietà internazionale".

Le armi non sono in crisi La crisi economica non tocca le industrie armiere italiane, avendo queste, nel corso del 2008, aumentato notevolmente i loro profitti: esportazioni autorizzate per oltre 3 miliardi di euro – cioè il 29% in più rispetto al 2007, quando la cifra si era fermata a poco meno di 2 miliardi e 400 milioni –, consegne realmente effettuate per 1 miliardo e 800 milioni (nel 2007 ammontavano a quasi 1 miliardo e 300 milioni) e autorizzazioni relative a programmi intergovernativi per 2 miliardi e 700 milioni, mentre nel 2007 erano poco più di 1 miliardo e 800 milioni (v. Adista n 31/08). È quanto emerge dal Rapporto del presidente del Consiglio dei ministri sui lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento presentato lo scorso 31 marzo e pubblicato sul sito internet di Palazzo Chigi. Un volume d’affari record di oltre 7 miliardi e 500 milioni di euro che consente agli estensori del Rapporto – primo fra tutti l’ufficio del Consigliere militare diretto dal generale Adriano Santini – di rivendicare con orgoglio che “l’industria italiana per la difesa ha, quindi, consolidato e incrementato la propria presenza sul mercato globale dei materiali per la sicurezza e difesa, confermandosi un competitivo integratore di sistemi, capace di affermarsi in mercati tecnologicamente all’avanguardia”.

La Turchia, il miglior cliente. In cima alla dei Paesi destinatari delle armi italiane c’è la Turchia, che acquista sistemi d’arma per 1.092 milioni di euro, in particolare “elicotteri da combattimento” adibiti a “ricognizione tattica e attacco bellico”, prodotti dalla AgustaWestland, come annunciato in passato dallo stesso ministro della Difesa turco Vecdi Gonul. “Forse il semplice fatto che la Turchia sia un partner Nato e che si trattava di elicotteri ha fatto ‘sorvolare’ su qualche denuncia ribadita dalle associazioni per la difesa dei diritti umani e per il disarmo”, come per esempio Amnesty International, che accusano la Turchia di “violazioni dei diritti umani” e di condurre una guerra a bassa intensità contro i curdi, commenta Giorgio Beretta, della Rete italiana per il disarmo, nella puntuale analisi del Rapporto pubblicata sul portale informativo Unimondo. Del resto, prosegue, “AgustaWestland, una controllata di Finmeccanica di cui il principale azionista è il governo italiano, ha inaugurato lo scorso anno ad Ankara i suoi nuovi Regional Business Headquarters ed è perciò chiaro che business is business”.

Al secondo posto c’è il Regno Unito, con acquisti per 254 milioni, seguito dall’India, che compra armi di grosso calibro, bombe, siluri, razzi, missili, navi da guerra ed elicotteri per quasi 173 milioni. “Un tentativo forse di iniziare a ‘pareggiare’ la maxicommessa dello scorso anno al Pakistan” (v. Adista n. 31/08), aggiunge Beretta: “Se New Delhi, infatti, ha acquistato nel 2008, tra l'altro, una nave logistica Etna prodotta da Fincantieri, nuovi e consistenti affari sono in programma, visto che AgustaWestland si è recentemente alleata con la Tata per andare ‘all'assalto dell’India’ e non intende certo fermarsi agli elicotteri AW119 da ‘sorveglianza e ricognizione’ ma, come spiega un esperto del settore, propone l’AW129 Mangusta all’Aeronautica indiana che vuole 22 elicotteri d’attacco”. Dopo l’India compare una serie di Paesi acquirenti aderenti alla Nato, o suoi alleati (Francia, 130 milioni; Usa e Australia, 126 milioni; Germania, 108 milioni; Spagna, 105 milioni) per trovare poi al nono posto la Libia, che compra bombe, siluri, razzi, missili e soprattutto elicotteri per 93 milioni; e al decimo l’Algeria, che acquista elicotteri AgustaWestland per 77 milioni. E ancora, sempre nell’ambito dei Paesi non appartenenti alla Nato o all’Unione Europea, Nigeria (59 milioni), Oman (57 milioni), Brasile (43 milioni), Emirati Arabi Uniti (39 milioni), Venezuela (36 milioni), Kuwait (30 milioni), Pakistan (30 milioni), Arabia Saudita (22 milioni ), Egitto (17 milioni), Malaysia (7 milioni), Indonesia (4 milioni), Cile (2 milioni) e Israele (2 milioni). “Insomma – conclude Beretta – un bell'elenco di Paesi del Sud del mondo, in conflitto e in zone di forte tensione, tra cui non pochi spesso denunciati per violazioni dei diritti umani dalle organizzazioni internazionali”.

La AgustaWestland (presieduta dall'ammiraglio Marcello De Donno, capo di Stato maggiore della Marina dal 2001 al 2004) è l’azienda armiera che realizza più profitti. A seguire altre aziende del gruppo Finmeccanica (che è fra l’altro uno dei principali sponsor della Comunità di Sant’Egidio di Andrea Riccardi, della Comunità di San Patrignano di Andrea Muccioli e di altre organizzazioni umanitarie sia cattoliche che laiche, v. Adista nn. 21/07, 83/08 e 4/09): Alenia Aeronautica, Oto Melara, anch’essa presieduta da un ex capo di Stato maggiore, stavolta dell’esercito, il generale Giulio Fraticelli (per altri ex generali attualmente ai vertici delle principali industrie armiere v. Adista n. 83/06).


Banche armate, scompare l’elenco Scompare dal Rapporto – e si tratta di un grave ostacolo alla trasparenza – l’elenco delle “banche armate” (cioè quegli istituti di credito che svolgono un importante ruolo di intermediazione fra aziende armiere e Paesi acquirenti, dal quale incassano compensi che possono variare dal 3 fino al 10 per cento della commessa), da anni messe sotto osservazioni da una campagna di pressione promossa dalle riviste missionarie Nigrizia e Missione Oggi e da Mosaico di Pace (v. Adista nn. 35/00, 49 e 61/01, 31/04, 7/06, 11 e 13/07). Una vecchia idea del premier Silvio Berlusconi e del ministro dell’Econo-mia Giulio Tremonti – che già nel 2005 annunciarono di voler trovare una “soluzione” per impedire alle banche di essere sottoposte al controllo dei cittadini (v. Adista n. 33/05) –, in parte realizzata lo scorso anno, quando eliminarono il dettaglio delle singole operazioni finanziarie non dal Rapporto sintetico ma dalla Relazione più analitica (v. Adista n. 51/08), ed ora messa in atto del tutto con la sparizione dell’elenco. “C’è da augurarsi che la sparizione dell'elenco non riguardi anche l'intera Relazione che il Presidente del Consiglio, ai sensi della legge vigente, avrebbe dovuto far pervenire al Parlamento entro lo scorso 31 marzo”, dice Beretta. “L’assenza della tabella riassuntiva dal Rapporto introduttivo 2008, una tabella in passato sempre presente, non fa che confermare l’allarme preventivo per una trasparenza che non si può assolutamente perdere in un ambito delicato come questo”, si legge in un comunicato della Rete italiana per il disarmo. “Un segnale che, forse, la lobby dell’opacità e della conservazione degli interessi ha ‘armi’ più efficaci della pressione delle organizzazioni della società civile verso una conoscenza chiara e trasparente dei dati dell’export militare italiano”. (luca kocci)
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