ARTICOLI : 2008

STRISCIA DI GAZA. PIOMBO: FUSO, SOLID, DURCI, CAST . . . COMUNQUE TRAGICO

“Solid gold” ovvero oro massiccio in italiano, “solid wood” ovvero “legno massiccio”. Come tradurre “solid lead”, il nome in codice dell’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza? La traduzione (di conio ignoto) che gira sui mezzi d’informazione italiani è “piombo fuso”; su quelli francesi l’espressione è stata resa con “plomb durci” ovvero piombo indurito, rafforzato, un aggettivo certo più vicino di “fuso” alla denominazione inglese che sta circolando, insieme con quella francese, Per inciso, con uguale scrittura ma pronuncia diversa - “lid” anzichè “led” - le stesse due parole in inglese sono spesso usate per definire un risultato elettorale positivo e assumono il significato di “solido vantaggio”. Un’ipotesi di traduzione coerente con quello che Israele sta cercando di fare a Gaza da ieri mattina. Ma attenzione: se si deve prestare fede al quotidiano israeliano “Haaretz”, che di traduzioni dall’ebraico in altre lingue deve pur capirne, considerata anche la struttura bilingue del suo sitoweb, il nome originario dell’operazione sarebbe “Cast Lead” ovvero proprio piombo fuso. Per notizia di fonte israeliana riferita dall’agenzia di stampa americana ‘Associated Press’ (AP), nelle prime nove ore di incursioni i caccia israeliani hanno sganciato 100 tonnellate di bombe e altri ordigni su dozzine e dozzine di obiettivi palestinesi. Per notizia di “Haaretz”, in 12 ore il fuoco “chirurgico” (così lo definiscono politici e militari israeliani) ha ucciso almeno 230 palestinesi (senza contare altri non ancora estratti dalle macerie) e non meno di 780 sono stati feriti (circa 150 gravemente), inclusi civili, donne e bambini. Due vittime sono state fatte in tarda serata con il,bombardamento di una moschea della città di Gaza, nel quartiere Rimal, ma fonti militari israeliane hanno subito precisato che la moschea era un covo di terroristi (un’accusa utilizzata anche in Italia...) e che anche un razzo palestinese ha danneggiato una sinagoga israeliana. Solid, durci, cast, fuso: comunque lo si chiami, il piombo è stato a quanto pare soprattutto massiccio, fitto, incessante, come una pioggia senza fine. Alle 17.22 del 27 Dicembre 2007, la MISNA metteva in rete questa sintetica notizia: “È di tre morti e sei feriti, secondo fonti palestinesi, il bilancio di un raid aereo israeliano che ha colpito oggi la città di Khan Younes, nel sud della Striscia di Gaza....Le incursioni israeliane a Gaza, posta sotto embargo dalla presa di potere di Hamas nel giugno scorso, sono ormai diventate una costante quasi giornaliera, nel tentativo dichiarato di fermare il lancio di razzi Qassam dalla Striscia contro le città nel sud di Israele”. L’anniversario di questa piccola operazione si è rivelato molto più tragico. Anche di quello Vigilia di Natale dell’anno scorso (e del bilancio dei 16 giorni precedenti) quando alle 9.47 la MISNA scriveva: “Almeno due palestinesi sono morti e altri due sono rimasti feriti nel raid aereo lanciato questa mattina dall’aviazione israeliana sulla Striscia di Gaza. Le vittime, presunti miliziani legati ad Hamas il principale partito palestinese, erano a bordo di un automobile (nei pressi del campo profughi di al-Bureij, vicino al confine con Israele), centrata dal fuoco israeliano....Sono oltre una ventina i palestinesi uccisi nelle operazioni militari lanciate dall’esercito israeliano a Gaza nelle ultime due settimane”. Il giorno prima, antivigilia di Natale, il notiziario includeva queste poche righe: “Le operazioni contro i gruppi terroristi continueranno come è stato negli ultimi mesi” ha detto oggi il primo ministro israeliano Ehud Olmert, citato dal quotidiano ‘Haaretz’, respingendo la proposta di una tregua avanzata da Hamas. “Israele – ha aggiunto - non ha alcun interesse a negoziare con entità che non riconoscono le richieste del ‘quartetto’ (Onu, UE, Russia e Usa)”; per Olmert, Hamas – che da giugno controlla Gaza, dopo aver vinto nel gennaio 2006 le prime elezioni svoltesi nei territori - “non può essere un interlocutore per un dialogo”. Intanto, secondo ‘Peace Now’, gruppo di pressione israeliano per la pace, il governo israeliano ha già sbloccato nel suo bilancio del 2008 finanziamenti per la costruzione di 750 alloggi in due colonie in Cisgiordania. Solid, durci, cast, fuso: il piombo si è davvero fatto molto più pesante e mortale nell’arco di un anno. Ed è stato, secondo Barak Ravid che ne scrive su "Haaretz", preceduto da mesi di preparativi e soprattutto di segreti, bugie e meticolosa disinformazione che hanno raggiunto il loro culmine in Novembre, non lontano dalle elezioni americane, quando Israele, in tempi di tregua, effettuò un'operazione militare relativa a tunnel che da Gsza, secondo i militari, avrebbero dovuto permettere ingressi in Israele. Perchè? Forse la spiegazione più convincente è nella prima parte di un altro articolo dello stesso quotidiano firmato da Yossi Verter, intitolato 'Con il raid di Gaza, Barak è di nuovo nel ring politico'. “Due mesi dopo l’elezione di Ehud Olmert a primo ministro - esordisce Verter - scoppiò la seconda guerra in Libano. Due mesi prima che Olmert lasci l’incarico, comincia la campagna militare nel sud. Ma non è Olmert, ormai primo ministro in pensione, quello che ci interessa. Lo è invece Ehud Barak, l’uomo che fino a ieri doveva ricordare all’elettore israeliano la sua esistenza rendendosi ridicolo con cartelli e partecipazione a uno spettacolo satirico pur di ritornare con forza sulla scena politica. Nei giorni, settimane, che verranno, Barak sarà al centro dell’attenzione pubblica. Per il bene o per il male si trova nel suo elemento. Il principio dell’offensiva su Gaza reca l’impronta digitale scaltra e ingannevole di Barak, il milite più decorato delle forze di difesa israeliane. Questo non lo rende il candidato migliore all’incarico di primo ministro ma riuscirà forse a evitare a lui e al suo partito l’umiliante sconfitta che i sondaggi prevedono”. In un’altra analisi di “Haaretz”, intitolata “Speriamo che questa volta sappiano quando fermarsi”, Yossi Sarid conclude: “ E’ importante capire subito una cosa: non importa come questa guerra si concluderà, i valichi di Gaza dovranno essere aperti. Un milione e mezzo di esseri umani, per lo più profughi miseri e disperati, vivono come in una grande prigione, terreno fertile per un nuovo spargimento di sangue. Il fatto che Hamas abbia esagerato con i suoi razzi non è una giustificazione per la politica israeliana degli ultimi decenni, per la quale merita una scarpa irachena in faccia”. (Pietro Mariano Benni) [PMB]

Da misna.org