ARTICOLI : 2008

Kenya: Fino a che punto il potere è nelle mani del popolo?

Il prossimo 12 di Dicembre ricorre l’anniversario dell’indipendenza del Kenya. I festeggiamenti di quel 12 dicembre del 1963 sembrava non dovessero finire mai: iniziava per la gente del Kenya la vera rinascita. Da quel momento tutto doveva essere perfetto, giusto, migliore. I nuovi capi erano Africani e, per convinzione e definizione, dovevano essere bravi, buoni, interessati del proprio paese e della propria gente; non si doveva più rendere conto a paesi stranieri. Le gente poteva essere sicura con loro, il male della colonizzazione era del tutto passato, una nuova era completamente diversa si presentava all’orizzonte del nuovo paese diventato finalmente indipendente.

L’euforia non durò molto. Ben presto la gente iniziò ad avere dubbi sui loro politicanti, sulle azione del nuovo governo, sulla giustizia nell’uso del bene comune, sulla equità delle procedure giudiziarie, sulle promesse di sviluppo che avrebbe dovuto portare lavoro e benessere a tutti, ecc. Il tutto sfociò nelle rivolte del dopo elezioni del Dicembre 2007 in cui gli stessi politicanti erano i facinorosi, quelli che dovevano assicurare la giustizia diventarono gli agenti dell’ingiustizia, quelli che dovevano difendere la gente contro i ribelli, si convertirono in assassini. Ed allora la gente iniziò a prendere sul serio il loro ruolo nella vita del paese, a richiedere giustizia nei salari, nei prezzi dei commestibili che costituiscono il loro pasto quotidiano, ed altre rivendicazioni di cui parleremo più in avanti. Ora vediamo le cause principali di questo cambiamento così profondo, così fuori dell’ordinario anche per la mentalità Africana del chief che è il vero “capo”.

Certamente una delle principali cause è l’avanzamento culturale della popolazione. Il Kenya è sempre stato una nazione dedicata alla scuola, alla cultura, al progresso intellettuale. Le missioni hanno iniziato questo processo, e parzialmente lo continuano ancora, ma il governo negli anni 70 nazionalizzò le scuole e purtroppo la qualità dell’educazione decadde un poco, anche se l’ansia del sapere e del conoscere rimase genuina. Ora la gente, anche gli anziani che non hanno frequentato le scuole, sono a conoscenza dell’andamento del paese, del governo, delle finanze, e degli abusi in tutti questi campi. Una seconda ragione sono i mass media. Ora la televisione raggiunge anche le più remote zone del paese, e, bene o male, sparge la conoscenza della vita del paese, della sua politica, degli scandali politici, economici che brulicano in tutte le branche della sua vita. I giornali sono alla portata di tutti, anche se arrivano in ritardo, o sono a disposizione della gente nelle istituzioni locali. Finalmente le nuove associazioni erette nel paese, incluse le piccole comunità di base Cattoliche, hanno fatto azione di persuasione, sulle necessità di partecipare alla vita del paese e di influenzare le decisioni politiche, economiche, educative, ecc, per poter ottenere quello che la maggioranza della gente pensa sia giusto ed equo per il bene dei singoli e del paese.

Le chiese e religioni, che hanno iniziato molto del progresso del paese, hanno sempre seguito questi cambiamenti attraverso gli interventi dei loro leaders. La Chiesa cattolica è stata una delle voci più potenti e allo stesso tempo paterne nell’aiutare il processo di sviluppo con i valori, attitudini e azioni proprie dei seguaci del Signore Gesù e dei suoi insegnamenti. Non c’è stato nessun punto cruciale per la vita della gente e del paese in cui le Chiese, e soprattutto quella Cattolica, non abbiano fatto sentire la loro voce, proponendo soluzioni eque e giuste.

Mossi da tutti questi antecedenti, la gente ha iniziato a fare pressione sui politicanti. Alle pressioni hanno aggiunto manifestazioni popolari per protesta contro decisioni riconosciute ingiuste, o in appoggio di cause riconosciute eque. Purtroppo a volte ci sono stati atti di forza, uso di armi, e mezzi che la maggioranza non accetta. E i risultati sono stati enormi e impensabili anche solo l’anno passato. Mi limito qui ai risultati ottenuti dal popolo negli ultimi tre mesi, ed ispirati dai due documenti del Giudice Johann Kriegler sulle elezioni del 2007, e dei fatti criminali che hanno seguito le elezioni, studiati dal documento del Giudice Philip Waki. Documenti di cui noi abbiamo accennato su questo sito appena sono stati resi pubblici, anche se l’ultimo solo parzialmente. Anche altre situazioni di meno peso, sono risultate ugualmente importanti per comprendere la forza che il popolo può esercitare nella soluzione di problemi importanti per il paese.

Tutto l’apparato elettorale dal Kenya era nelle mani e sotto la giurisdizione della Election Commission of Kenya (ECK) composta di 22 Commissari che avevano poteri di condurre le elezioni secondo i regolamenti della costituzione ed altri ad hoc. In tutto erano coinvolte circa seicento persone. Secondo lo studio fatto dalla Commissione Kriegler, la ECK ha fallito miseramente nel suo scopo, ed è stata la causa principale del “fiasco” delle elezioni stesse. Per cui il report di Kriegler chiede che la ECK sia messa in disparte, e venga insediata una nuova commissione composta di cinque commissari e molti meno impiegati della prima. Quando il Governo iniziò il processo di smantellamento della ECK, tutti i suoi membri si ribellarono. Scrissero lettere di protesta al Presidente Kibaki, al Vice Presidente Kalonzo, al Primo Ministro Raila, al Procuratore Generale, al Capo di tutti gli impiegati governativi, a tutti i membri del Parlamento, agli Ambasciatori di tutte le nazioni potenti incluse quelle dell’Unione Europea. In tutti questi casi hanno ottenuto una sola risposta: Il Kriegler Report deve essere osservato e le sue richieste obbedite. Allora il Chairman della ECK, Mr Simeon Kivuitu si rivolse al sistema giudiziario del paese, sulla base che “nessuno può essere dichiarato colpevole senza un processo legale”. Il Giudice chiese che ogni sospensione della ECK venisse bloccata, e che il processo giudiziale fosse iniziato al più presto possibile. La risposta sia del governo, che del Parlamento fu: nessuno è dichiarato colpevole, ma la Commissione presente non è più valida e quindi deve essere cambiata. E il giorno 4, Dicembre la Ms. Martha Karua, Minister of Justice and Constitutional Affairs, ha presentato al Parlamento la proposta di legge di sostituire la presente ECK con l’Interim Independent Electoral Commission (IIEC); legge che se approvata dal Parlamento, verrà poi inclusa nella nuova Costituzione. Tutto ciò avvenne perché sia il Governo, che il Parlamento, compresero che i cittadini non avrebbero accettato la continuazione della presente Commissione, e avrebbero potuto boicottare qualsiasi iniziativa per future elezioni sia locali, che generali.

Uno dei problemi più sentiti dalla popolazione keniana è stato la ricerca dei colpevoli degli omicidi e delle distruzioni del dopo-elezioni, specialmente nella Rift Valley, del sovvertimento dell’ordine sociale e civile del paese. Per arrivare ad individuare questi elementi di sovversione e distruzione, fu approvata una Commissione presieduta dal Giudice Philip Waki, che per alcuni mesi studiò tutti gli aspetti, ascoltò persone di ogni tribù, di ogni partito, di ogni religione che potessero far luce sul problema.

Il report della Commissione fu dato a mano da Waki al Presidente della Repubblica, che promise di studiarlo accuratamente dichiarando di essere aperto insieme con i membri del suo governo, ai suggerimenti emersi dal report. L’analisi delle situazioni disastrose e criminali del dopo-elezioni, è accurata, il più possibile completa, ed anche alcuni nomi di responsabili, ma a livello molto basso, vengono fatti. I nomi delle undici persone maggiormente responsabili, appartenenti alla classe politica ed economica, sono stati invece sigillati in una busta e consegnata al passato Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan che aveva aiutato le diverse parti politiche a raggiungere un accordo pacifico tra le forze politiche in campo. Uno dei punti cruciali del report era la formazione di un tribunale ad hoc entro il l6 Dicembre 2008, per giudicare queste undici persone. Se il governo non era all’altezza di organizzare questo tribunale per la data fissata dal report, la busta con i nomi sarebbe stata inviata al Tribunale Criminale Internazionale di La Hague. La reazione al Waki report fu terribilmente negativa da parte di ministri, politicanti e di importanti uomini d'affari. Secondo loro il report non era accurato, non era basato su fatti chiari, ma su innuendos, su chiacchere più che su precise descrizioni. La reazione arrivò al punto di impedire che il report venisse portato al parlamento per l'approvazione. Ma più forte si faceva la voce dei dissidenti, e più compatta era la resistenza dei condivisori. Data la pressione dei cittadini in tutte le città del Kenya, e gli inviti spassionati ad accettare il report Waki da parte dei leaders di molte chiese e religioni, e con l’aiuto del Presidente Kibaki, del Primo Ministro Raila, e di altri cittadini, i dissidenti calarono di tono, e pian pianino accettarono di presentare il report al Parlamento lasciando che il Governo iniziasse il processo di implementazione.

Un altro punto molto sensibile era se i membri del Parlamento dovevano pagare le tasse sulle loro gratifiche o no. Una guerra spietata di parole e di accuse si sviluppò fra i membri del parlamento che rigettavano la proposta, e la popolazione, sostenuta dai mass media e dalle chiese, che la richiedevano come un atto di giustizia. Il Presidente del parlamento, Kenneth Merende, ufficialmente dichiarò che i membri del Parlamento non erano tenuti a pagare le tasse su questi bonus, a meno che loro stessi non fossero personalmente convinti e sensibili dal punto di vista sociale a quest’atto caritativo. La reazione fu inflessibile e ha portato a richiedere che i membri del Parlamento sono tenuti a pagare le tasse come tutti gli altri cittadini, e casomai ad essere i primi nell’esecuzione di questo dovere. Su questa base di giustizia, la voce della gente si è fatta sempre più forte, ed ora la proposta di legge su queste tasse è sul banco dei parlamentari, che sono avvisati dai membri delle loro costituenti che se non votano a favore, non saranno rieletti nelle prossime elezioni.

Thomas Mukoya Alcuni giorni fa, il Primo Ministro Raila Odinga, insieme al ministro dell’agricultura, Mr. William Ruto, ha visitato lo slum di Kibera, che aveva eletto Raila nelle elezioni del 2007 come loro rappresentante al Parlamento; incontrarono una massa di gente che chiedeva la riduzione del prezzo della farina di granoturco per dare la possibilità anche ai più poveri di avere un pasto al giorno di polenta bianca; il Governo accettò la proposta e quasi dimezzò il prezzo.

Quando le tariffe per la luce e il gas crescevano a dismisura, e la gente non poteva più sostenerle, i cittadini si organizzarono con proteste e con richieste di riduzione. I loro slogans e le loro richieste giunsero presto alle orecchie delle persone del governo e il Presidente Kibaki ordinò di diminuire il prezzo, riducendo le tasse sulla benzina, gas ed elettricità.

A questi ed altri simili successi, alcuni reagiscono molto positivamente. L’avvocato Harun Ndubi sostiene che “questo potere del popolo è un’arma nelle mani della gente per responsabilizzare gli uomini di governo e del parlamento: è come un costante controllo e revisione dello loro decisioni, azioni e intenzioni”. Il Sig. Ndung’u Wainana, un membro del Centro Internazionale per la Politica e i Conflitti, è del parere che “i Kenyani hanno lottato per venti anni per ottenere i loro diritti e le libertà civili proprie dei cittadini, ed ora si sono convinti che loro possono esercitare un’autorità “sovrana” sullo stato e sui leaders, ed intendono perseguirla con più forza e determinazione ….In futuro vedremo molto di più di queste azioni e reazioni, perché i keniani sono determinati a proseguire su questa strada”. Il Dott. Paul Muite, già membro del parlamento di Kabete, ha dichiarato che “i cambiamenti possono avvenire solo se i cittadini sono parte del processo. Quello che capita ora nel paese è commendevole, perché i cittadini stanno chiedendo e lottando pacificamente per i loro diritti”.

Ma non tutti la pensano in questo modo. La scrittrice Njoki Ndung’u, ed avvocatessa della corte suprema, ha scritto un articolo dal titolo “Beware, success is not built on trampling others” (attenzione, il successo non si costruisce sul calpestare gli altri). Essa afferma che “la gente non può esercitare il potere alienando altri gruppi sociali”. Per la scrittrice, il vincere non sempre significa progresso. Se non si usano prudenza, tatto, ed anche le esistenti vie legislative, si può facilmente diventare altrettanti dittatori, e negare agli altri quei diritti che si vogliono ottenere per sé stessi.

Che cosa capiterà in futuro nessuno lo può sapere. Per il momento le reazioni più normali a queste iniziative, sono positive e sono considerate come successi dell’uso pacifico del potere della gente. I responsabili della società, della politica, della vita del paese dovranno monitorare attentamente questi interventi, scrutarne le motivazioni, la loro base etica, e saper essere di aiuto quando le condizioni sono accettabili, come pure intervenire quando ci si lancia in avventure poco chiare, e con l'usi di mezzi non accettabili.

p. Anthony Bellagamba, imc