FESTA DEL SACRIFICIO: MUSULMANI CELEBRANO MA LA CRISI PREOCCUPA
Anche l’Eid al Adha (festa della celebrazione), o Eid al Kebir (la grande festa), principale celebrazione della religione islamica risente della crisi economica mondiale: a preoccupare i fedeli musulmani dal Cairo a Baghdad, in occasione delle celebrazioni che prevedono l’uccisione di una capra (per i più indigenti) o un montone, in memoria di Abramo pronto a sacrificare suo figlio (Ismaele secondo l’islam, Isacco secondo il cristianesimo) a Dio, sono i prezzi della carne e dei beni alimentari aumentati in alcuni casi fino al 40% rispetto allo scorso anno. “Per la prima volta, quest’anno non macelleremo una capra come abbiamo sempre fatto in quest’occasione – racconta Mona al quotidiano ‘Egyptian Gazette’ – i prezzi sono troppo alti e non possiamo permettercelo”. In un solo anno, il prezzo della carne in Egitto è aumentato del 30%: un’impennata che ha avuto gravi conseguenze sulla popolazione locale, circa 78 milioni di abitanti di cui il 40%, in base ai dati della Banca mondiale, vive con meno di due dollari al giorno. Un aumento a cui il governo sta cercando di porre rimedio per evitare che – come già avvenuto per i rincari del pane che quest’inverno hanno causato risse e disordini con diverse vittime – la crisi possa portare a nuovi episodi di instabilità. E fuori dall’Egitto, le preoccupazioni di Mona riflettono quelle di tanti altri musulmani come Mohammed Jamal, insegnante di Kirkuk, in Iraq, che ha confidato alla stampa locale che la gioia per l’Eid è adombrata “dalla crisi e dal fatto che portare la famiglia a pranzo fuori, sia impossibile con i salari correnti oggi in Iraq”. E lo scenario appare simile nella vicina Siria, dove pure molti profughi iracheni si sono rifugiati durante il conflitto: “Se riuscirò a vendere anche solo la metà dei capi di bestiame che ho allevato entro la fine delle festività mi riterrò contento” dice un commerciante di Aleppo citato dal quotidiano ‘Asharq al Awsat’, mentre nei ‘suq’ delle medine, da Tunisi ad Algeri ad Abu Dhabi i commercianti lamentano un calo di vendite e l’assenza di clienti. “In molti, quest’anno pagheranno a rate l’abbigliamento dei bambini, che solitamente si compra per l’occasione” spiega un venditore di Algeri al quotidiano el Khabar “una promozione che abbiamo ideato per andare incontro alla gente in tempo di crisi”. Un capitolo a parte andrebbe riservato alla situazione nei territori palestinesi dove le misure restrittive imposte da Israele al passaggio di merci e persone stanno determinando quella che diverse organizzazioni umanitarie hanno definito un “collasso irreversibile dell’economia di base”. Più a sud, neanche la penisola araba sarebbe rimasta indenne dalle conseguenze della crisi e il quotidiano saudita Arab News, rivela che l’Arabia Saudita avrebbe assistito ad un calo del 25-30% delle presenze per lo ‘hajj’ il grande pellegrinaggio, uno dei cinque pilastri dell’Islam cui un buon musulmano - se na ha la possibilità - deve adempiere almeno una volta nella vita. Gli unici a non risentire della crisi sembrano essere invece i pirati somali che, stando a quanto riferisce il quotidiano ‘Asharq al Awsat’ avrebbero distribuito carne e denaro alle popolazioni della costa. Un pirata contattato dal giornale, afferma inoltre che i suoi compagni intendono dividere con gli abitanti dei villaggi vicini il frutto dei bottini sottratti alle numerose navi sequestrate: “Celebreremo così il grande Eid – afferma il pirata dietro anonimato - anche noi siamo musulmani ed abbiamo diritto di festeggiare”.
Da misna.org

