ECCOMI MANDA ME : 2010

11 giugno 2010

La teologia della riconciliazione di padre Leonel IMC

La vera liberazione passa dal perdono

La Teologia della liberazione non promuove violenza, ma la sua analisi porta a schematismi pericolosi. La denuncia di padre Leonel e la sua proposta innovativa.

Ho avuto la fortuna di compiere i miei studi ecclesiastici in filosofia e teologia in Sudamerica in un momento storico - gli anni Sessanta e Settanta - in cui la Teologia della liberazione permeava la vita sacerdotale e gli orientamenti pastorali. L'opzione preferenziale per i poveri e la giustizia ispiravano in profondità il mio lavoro quotidiano. Come padre Camilo Torres e centinaia di religiosi e religiose, sacerdoti e laici impegnati, sono arrivato a credere, a un certo punto, che l'organizzazione del popolo in funzione della rivoluzione (poco importava, allora, se la rivoluzione dovesse avvenire con o senza utilizzo della violenza) fosse l'unica via d'uscita dal problema dell'ingiustizia sociale.
Oggi, trascorsi ormai 35 anni, la resistenza armata e la rivoluzione si sono dimostrate strategie fallite per la trasformazione della società. Non si potrà mai affermare che la Teologia della liberazione promuova la violenza. Tuttavia, il suo tipico modo di procedere nell'analisi della realtà - «vedere, giudicare, agire» - ha portato molti incauti a optare per l'estremismo violento. La proposta della Teologia della liberazione di «denunciare, annunciare e trasformare» ha, in qualche modo, generato linguaggi e narrazioni carichi di rabbia, che incitavano a usare la forza della violenza.
L'OPZIONE preferenziale per i poveri e gli oppressi ha fatto sì che la Teologia della liberazione rompesse i legami con le classi dominanti della società, additate come responsabili dell'ingiustizia sociale, e fomentasse l'organizzazione popolare, la partecipazione sociale, sindacale e politica. Ma così si è ottenuto solo un maggiore arroccamento dei più ricchi e quindi, di riflesso, maggiore conflittualità e violenza.
Non credo che la Teologia della liberazione sia d'ispirazione marxista. Al contrario, penso abbia una profonda ispirazione biblica ed evangelica. Il punto è che alcune situazioni di peccato e oppressione sono così drammatiche da richiedere enorme attenzione e lucidità per non lasciarsi prendere dall'emotività e dalla rabbia che tutto ciò può causare. Provare indignazione e rabbia non è in sé malsano, e meno ancora lo si può considerare un atteggiamento marxista. Altra cosa è proporre come risposta la lotta armata.
Lavorando con i più poveri tra i poveri sono arrivato a percepire una pericolosa situazione di peccato: la rabbia dei poveri. Un povero che nutre rabbia è doppiamente povero. E se riconosco l'urgenza di rispondere alla sua povertà, ritengo indispensabile anche aiutarlo a «curare» la sua rabbia.
Ma come aiutare gli esclusi a evitare il pericolo della rabbia, che si converte rapidamente in rancore e in urgenza di vendetta? Che applicazione pratica può avere, a questo proposito, il messaggio centrale di Gesù di amare anche i propri nemici? Ponendomi queste domande, sono arrivato alla conclusione che la Teologia della liberazione è incompleta senza la Teologia della riconciliazione. E viceversa. Entrambe queste spiritualità e teologie si rafforzano ed equilibrano reciprocamente.
Dalla Teologia della liberazione, tra molte altre cose, ho appreso il valore delle piccole comunità di base per vivere, rinnovandola, l'appartenenza alla Chiesa; ho imparato l'importanza della liturgia come celebrazione della solidarietà coi poveri e come annuncio dell'utopia del Regno di Dio fatto realtà; il sentimento di Maria come «grande segno del volto materno e misericordioso della vicinanza del Padre e di Cristo»; e - infine - la necessità di pervenire a una profonda conversione personale e sociale per cambiare le situazioni di oppressione.
Tuttavia, con enorme rispetto, devo segnalare due rischi che personalmente riscontro nella Teologia della liberazione. Il primo deriva da una visione idealista della dignità dell'uomo e dei diritti umani. Alcuni teologi della liberazione cercano di suggerire l'idea che la dignità dell'uomo, e i diritti che ne conseguono, debbano permanere sempre nella loro totale purezza. Hanno ragione, ma la limitazione e l'imperfezione umana fanno sì che questi, in grado maggiore o minore, vengano macchiati tutti i giorni. Quando la dignità o i diritti umani vengono violati, qual è il modo più efficace per restaurare la loro grandezza? Applicare la giustizia, si dirà. Ma quale tipo di giustizia?
La risposta della maggioranza delle persone andrà in direzione della giustizia punitiva. Molti difensori dei diritti umani, però, non si rendono conto che nel momento in cui chiedono la punizione, in altre parola la vendetta, stanno violando quegli stessi diritti che difendono. Il superamento degli errori, il recupero della dignità e il reinserimento nella società dei «colpevoli» sono anch'essi diritti umani, oltre che un esercizio senza cui non è possibile la polis, la città.
CHI HA LAVORATO per decenni con le «vittime» sa che la giustizia, la verità e la riparazione, per quanto importanti, costituiscono risposte incomplete. Molte vittime - benché sia stato inflitto un castigo ai loro aggressori, si sia scoperta la verità riguardo al torto da loro subito e si sia provveduto alla riparazione - restano ancora molto legate alla rabbia, al rancore e a un desiderio istintivo di vendetta. Non riescono a liberarsi della «memoria ingrata» dell'offesa ricevuta. Per loro esiste poco futuro. Liberarsi da un passato che opprime è una condizione indispensabile per lo sviluppo.
Il secondo rischio della Teologia della liberazione è il riduzionismo socioeconomico: limitare la liberazione alla sfera socio-economica e politica, ridurre Dio a una semplice dimensione della nostra storia, abbassare il criterio della verità all'efficacia politica rivoluzionaria, fare della Chiesa una mera piattaforma per realizzare la giustizia intra-umana e ridurre Gesù a un leader socio-politico, identificare il povero della Bibbia col proletariato organizzato. Questo riduzionismo genera quantomeno una relazione difficile con i diversi poteri e con i ricchi.
Nella ricerca di cammini per rispondere alla giusta protesta dei poveri della terra, motivo ispiratore della Teologia della liberazione, si finisce spesso per coltivare la rabbia di essere poveri fino al punto in cui alcuni attivisti fanatici di questa teologia arrivano a credere nella necessità di propiziare la rivoluzione violenta contro le strutture di potere e gli sfruttatori.

NON C'È NULLA di più antireligioso e assurdo. La storia stessa testimonia l'escalation di violenza che tutto ciò ha generato. Il cammino giusto è senza dubbio quello della «caritas in veritate» proposto da papa Benedetto XVI nella sua recente e omonima lettera enciclica. La verità dello sfruttamento dei poveri non sarà mai accettata dai ricchi o dalle strutture di sfruttamento, se il problema non viene posto ricorrendo al linguaggio della carità.
Senza colpe della Teologia della liberazione, la rabbia generata dalla consapevolezza dello sfruttamento del povero, porta ad abbracciare la credenza marxista che la violenza sia la levatrice della storia. Ma è la storia stessa che contraddice questa ipotesi, dato che le rivoluzioni armate hanno finito per sostituire strutture violente con altre ancora più violente. La violenza si è rivelata il becchino delle trasformazioni storiche!
Benché alcuni possano credere che la violenza serva a superare taluni problemi, presto o tardi vengono sempre a galla i rancori che ogni violenza genera e i problemi diventano peggiori di prima. Esistono invece metodologie non violente che offrono sufficienti garanzie affinché i conflitti e le stesse situazioni di violenza si trasformino. Tra queste la comunicazione e il «linguaggio amabile», che genera la cultura politica del perdono e della riconciliazione. Se la Teologia della Liberazione denuncia le molteplici forme di degradazione umana causate da un sistema di produzione capitalista, la Teologia della Riconciliazione afferma che a un crimine non si può rispondere con un altro crimine.
Non si tratta di sostenere l'idea di un pacifismo ingenuo, utopico, apolitico. Si tratta di trascendere da un lato la cultura punitiva della legge e della giustizia intesa solo come castigo ed eliminazione della libertà dell'aggressore e, dall'altro, di promuovere lo sviluppo di una cultura nuova, in cui il nostro "cervello arcaico", che istintivamente coltiva la rabbia, la violenza e la vendetta, attivi le potenzialità della non violenza, della tolleranza, della bontà, della compassione, dell'amore. [...]
Una delle intuizioni più sorprendenti di Gesù è che il regno di Dio si trova dentro di noi. Ciò significa che l'essere umano è già "equipaggiato" per l'amore, la dolcezza e la misericordia. In fondo, il lavoro missionario non è altro che recuperare tutto ciò, dove si sia perso, e rafforzarlo in continuazione, laddove comincia a crescere.
Non siamo fatti per il castigo e l'inferno, ma per il perdono e l'amore. Una spiritualità che parta dalla compassione e dalla tenerezza, cioè dal perdono e dalla riconciliazione, cambia totalmente la prospettiva. La grande missione dei seguaci di Gesù è quella di essere costruttori di comunità, di popolo, di Regno di Dio. Dobbiamo esprimere la compassione e la tenerezza di Dio portata alla sua massima espressione, da un lato attraverso il perdono e dall'altro diventando offerta o sacrificio (agnelli) per riparare e redimere le inevitabili mancanze delle persone che vivono con noi

di Leonel Narvaez Gomez e Alessandro Armato

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da missionline.org