ECCOMI MANDA ME : 2009

10 agosto 2009

Suor Eugenia, l’angelo della strada. Una missionaria contro la tratta di ragazze

Dall’Africa alle strade italiane, per combattere il traffico di ragazze destinate allo sfruttamento sessuale.
La straordinaria testimonianza di suor Bonetti

di Anna Pozzi
da Benin City - Nigeria
(Mondo e Missione)

«Sister, help me, help me!». Quel grido non se l’è mai dimenticato: «Suora, aiutami!». È stato come uno squarcio in quella sera novembrina di quindici anni fa. Uno squarcio nella sua vita di missionaria, che da quel giorno avrebbe preso una nuova inaspettata direzione. Suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, 69 anni, se lo ricorda come fosse ieri. Originaria di Bubbiano, nella “bassa” milanese, quel giorno era a Torino e non la sua amata Africa, dove ha vissuto 24 anni. Era una giornata invernale fredda e piovosa e lei aveva fretta di lasciare l’ufficio della Caritas per recarsi a Messa. Poi, quel grido d’aiuto di una ragazza nigeriana, ha interrotto il cammino di quel giorno e cambiato i suoi progetti di vita e di missione.
L’Africa la stava chiamando nel cuore dell’Italia che produce e che si arricchisce. Si intrufolava nelle pieghe di in un Paese moderno e avanzato, che propone e impone modelli di vita, di sviluppo e di consumo che, tuttavia, lasciano terribili zone d’ombra, invisibili solo a chi non le vuole vedere.
Maria, così si chiamava quella ragazza, gliele ha sbattute in faccia in tutta la loro drammaticità. E da allora, il suo grido è diventato quello di suor Eugenia. Di aiuto, ma anche di denuncia, di misericordia, ma anche di condanna. La sua lotta e la sua missione si sono trasferite dalle piste dell’Africa alle strade d’Italia, di giorno e di notte, a favore e accanto alle donne ridotte in schiavitù per essere sfruttate sessualmente. Mere prostitute per chi le usa e ne abusa: vittime e schiave, per chi ne conosce le tragiche storie di inganno, sottomissione e sfruttamento.
Suor Eugenia ne ha incontrate moltissime. Migliaia. E non solo in Nigeria: a Torino, piuttosto che a Tirana, a Milano come a Bucarest e in molti altri posti ancora, origine, transito o destinazione delle ragazze trafficate. Da quando, nel 1993, ha cominicato ad occuparsi del problema, diventando, nel 2000 coordinatrice dell’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’Unione delle Superiore Maggiori d’Italia (USMI), non si è mai risparmiata nel cercare di occuparsi personalmente dei molti casi che incontra, ma anche nel creare una rete di persone e di strutture, che possano lavorare insieme per prevenire, denunciare e combattere questo fenomeno.
Lo scorso anno a Benin City, in Nigeria - dove si è recata, insieme a un gruppo di altre suore e operatrici Caritas, a inaugurare uno shelter per quelle che ritornano - ha incontrato alcuni familiari e alcune ragazze che aveva conosciuto qui, sulle nostre strade, rientrate volontariamente o rimpatriate a forza. È tutto un susseguirsi di abbracci, sorrisi, ju ju. Le ragazze le fanno una gran festa. Urlano di gioia: «Sister, you are here! Sei qui!».
Suor Eugenia è commossa e divertita. «Quando sono partita per la missione in Kenya, nel lontano 1967 - ricorda - pensavo che la mia vita fosse lì. Ero ben integrata e felice; condividevo, soprattutto con le donne e i giovani, il sogno di migliorare le condizioni di vita della gente. Ci battevamo inanzitutto per favorire l’istruzione delle ragazze (i ragazzi) e l’emancipazione delle donne in un contesto ancora fortemente maschilista. Quanta gioia, determinazione e coraggio mi hanno trasmesso! Sentivo che il messaggio evangelico di speranza e liberazione portato da Cristo si stava realizzando, così come quegli ideali che mi avevano affascinata da giovane e che mi avevano accompagnata nella mia ricerca vocazionale e nel mio desiderio di farmi missionaria in Africa».
Chi l’ha conosciuta a quell’epoca, ricorda di una donna vulcanica, piena di energie e di progetti, determinata, grande lavoratrice, ma anche molto umana e vicina alla gente, specialmente alle donne. Oggi, alla soglia dei settant’anni, Suor Eugenia non è cambiata di molto. E quell’esperienza non se l’è scrollata certo di dosso. Anzi... Dietro la facciata della grande organizzatrice, intraprendente ed efficiente, batte tuttora un cuore africano: vitale, ospitale, misericordioso. Che sa accogliere le ricchezze e le debolezze delle persone, la gioia e le fatiche, le speranze e le delusioni.
Col suo carattere forte e battagliero, certo non poteva accettare impassibile la decisione, per lei dolorosissima, di rientrare in Italia nel 1991. Ne fu molto delusa, tanto che a stento riusciva a controllare gli istinti di ribellione: «Volevo scappare dall’Italia, evadere da qui». La sua testa, il suo cuore erano in Africa. Ed era in mezzo a quella gente che voleva tornare.
Poi, l’inizio del lavoro nella Caritas di Torino, con le donne immigrare. E quell’incontro fortuito con Maria. «Dal suo abbigliamento e dal suo atteggiamento si intuiva subito cosa facesse. Anche la gente che ci guardava in strada lasciava trasparire la sorpresa di vedere una suora camminare fianco a fianco a una “prostituta”. Non sapevo bene cosa fare. Avevo fretta di andare a Messa. Poi, per fortuna, mi sono fermata ad ascoltarla. E grazie a Maria ho scoperto una nuova vocazione nella mia vocazione».
Maria allora aveva trent’anni, tre figli lasciati in Nigeria per venire in Italia a lavorare. Comprata e venduta da diversi trafficanti, mesi di viaggio in condizioni impossibili, non immaginava che lavoro significasse vendere il suo corpo per pagare un debito folle, per aiutare la sua famiglia e per avere un documento. E soprattutto per tornare finalmente ad essere libera.
La storia di Maria è simile a quella di molte altre nigeriane, sempre più giovani e sempre meno istruite, che vengono ingannate da una rete potentissima di trafficanti e maman, che gestiscono la tratta delle nuove schiave: 30 mila solo in Italia. Un giro internazionale con molte ramificazioni e complicità in Nigeria come da noi.
«Questa nuova situazione che andavo conoscendo - continua suor Eugenia - mi sfidava, innanzitutto come persona e come religiosa. Interpellava la mia vita, la mia vocazione, le mie motivazioni missionarie. Sognavo l’Africa e trovavo queste donne a casa mia. Il loro grido doveva pur dirmi qualcosa: forse che potevo essere strumento per una nuova missione. Quella era la mia nuova frontiera. Che non aveva più niente a che vedere con le tradizionali coordinate geografiche, ma che aveva sempre a che fare con la difesa della dignità della persona. Soprattutto quella sminuita, calpestata, umiliata, sfruttata. Cristo ha messo al centro la persona umana e la sua dignità. Questo è il fondamento del nostro operare e del nostro servizio. La missione è la dove ci sono popolazioni che si spostano, a volte in condizioni disumane, perché c’è chi arriva a sfruttare anche la povertà».
Non ci ha pensato due volte a dirlo in faccia anche al presidente americano George W. Bush e alla moglie Laura, durante la visita in Italia dello scorso anno. Negli Stati Uniti, suor Eugenia è stata insignita di una duplice onorenficenza da parte del Dipartimento di Stato, nel 2004 e nel 2007, proprio per la lotta che sta conducendo contro le moderne schiavitù. Per questo Bush e la moglie l’hanno voluta incontrare a Roma: «"Che cosa possiamo fare?", mi hanno chiesto». Lei non si è lasciata minimamente intimidire. «Io sono convinta - ha risposto - che si debba lottare molto di più di quanto si stia facendo contro tutte le forme di povertà e corruzione. E poi occorre promuovere l’istruzione e lavorare sulla formazione per ridare a ogni persona la grandezza della propria vita».
Ciascuno, insomma, deve prendersi le proprie responsabilità, anche il Nord del mondo, anche i nostri governi e le nostre società, che tollerano o comunque non combattono adeguatamente il traffico di esseri umani.
«Pure la Chiesa e tutti i cristiani sono chiamati a fare qualcosa - sostiene con forza suor Eugenia -. Anche il silenzio e l’indifferenza possono essere forme di connivenza».
Nella sua lotta, suor Eugenia ha trovato molte alleate: sono, innanzitutto, le circa 250 suore, appartenenti a 70 diverse congregazioni, che in più di cento centri e case di accoglienza lottano quotidianamente per togliere queste ragazze dalla strada e per offrire loro una chance di futuro.
«È il lavoro in rete la nostra forza - sostiene suor Eugenia -: una rete che travalica i confini dell’Italia e coinvolge una trentina di Paesi, di origine, transito e destinazione delle ragazze trafficate. Ovunque, altre suore locali stanno facendo un lavoro prezioso di prevenzione e sensibilizzazione, di protezione delle ragazze e delle loro famiglie e di accoglienza di quelle che tornano».
Alcune ce l’hanno fatta. Come Joy, che è tornata in Nigeria. quando rivede suor Eugenia, l’abbraccia e non si stacca più. È la prima che è stata rimandata in Nigeria, nel 2000. È giovane, bella e sorridente. Si è appena laureta in psicologia, perché vuole aiutare altre ragazze traumatizzate come lei a rimarginare le ferite dell’anima e a ricominciare di nuovo a vivere. «Thank you, sister, thank you, sister Eugenia!», non finisce più di ringraziarla. E di raccontarle, di stringerla, di sorriderle con gli occhi lucidi di gioia. E così anche quella “roccia” di suor Eugenia non può fare a meno di commuoversi un po’...

da missionline.org