23 luglio 2009
Oggi bisogna osare un nuovo tipo di missione
Carissimi scrivo dal Brasile! Vorrei condividere con voi alcune riflessioni sulla missione che mi sono nate proprio in questa terra così grande e sfidante, con questa gente piena di creatività e di gioia di vivere, in questa Chiesa che pensa e cammina. Da tempo noi parliamo del bisogno, della necessità di un nuovo tipo di missione. Ne parliamo talmente tanto che ormai queste parole sono già vecchie e superate. Ma che cosa significa questo discorso? Perché tanti missionari ne sentono il bisogno? Che cosa significa esattamente questo parlare di novità? È solo un pio desiderio di alcuni o un sogno di altri? E’ veramente possibile questo cambiamento? E’ alla nostra portata di missionari della Consolata?
Elenco alcuni atteggiamenti fondamentali per entrare in un cambio di mentalità:
1.Accogliere il cambiamento come positivo
Durante la stagione delle piogge «morte e vita» giocano insieme. In Africa, come anche in America, c’è la stagione delle piogge che aiuta a situarsi e a rinnovarsi senza forzare la natura, anzi accompagnandola e rinforzandola, è questa un immagine che ci aiuta nella nostra riflessione.
La stagione delle piogge è una stagione fondamentale per l’equilibrio e il benessere di tutte quelle società organiche che si collegano in maniera vitale ai ritmi della natura. Si tratta in realtà di una stagione che fa aumentare il disagio: gli spostamenti si fanno più difficili, umidità e freddo, malattie
e morti. Madre natura trasforma tante cose secche e rigide senza paura di perdere anche cose/persone preziose e importanti. Durante la stagione delle piogge «morte e vita» giocano insieme la danza di rigenerazione della Terra Madre.
Tutti i viventi si dissetano alla sorgente di una chiamata fondamentale: essere «viaggiatori dell’oltre»,
non fermarsi nella terra conquistata, non chiudersi nella casa costruita, nella vigna piantata, nella certezza raggiunta, nella epistemologia ricevuta e consolidata!
Un archetipo di questa stagione lo possiamo vedere nel tanto contestato fenomeno della globalizzazione.
Non potrebbe essere proprio la globalizzazione una grande stagione delle piogge? Una stagione delle piogge necessaria per aiutarci a vivere oggi una inedita e antichissima chiamata? Un Vangelo che annuncia e prepara la terra e i suoi abitanti a una nuova rigenerazione? La globalizzazione sta piovendo indifferentemente su tutte le religioni, sui buoni e sui cattivi, su tutti i sistemi di vita dei differenti popoli e culture e sulle loro epistemologie, su usi e costumi antichissimi.
2. La missione è sempre portatrice di futuro
Ognuno di noi, almeno credo, ha fatto sulla sua pelle l’esperienza di condividere un po’ della sua vita con un popolo, una cultura. In un contesto di missione ci siamo incontrati grazie alla condivisione del nostro personale cammino umano e spirituale.
Ci lega molto strettamente la consapevolezza che nessuna realtà e nessuna persona per quanto oscura e problematica è senza futuro.
Non ci sono «missioni senza futuro», né alcun territorio geografico senza speranza: l’unica «missione
senza futuro» siamo noi missionari ogni volta che tiriamo i remi in barca. Senza futuro sono io quando mi butto a corpo morto nel lavoro per salvare gli altri in modo da non avere tempo per sentire la sgradevole compagnia di me stesso!
Senza futuro è il non accettare la logica della stagione delle piogge. Infatti, questa stagione ci ricorda la necessità del viaggio continuo, ci trova spaventati, confusi e impreparati. Oggi non ci sono più luoghi comuni dietro cui possiamo metterci al sicuro; questa stagione è inesorabile nel rivelare quando la teoria, la prassi e la metodologia missionaria che ci guida da anni è, o meno, adatta alla Vita. In questo tempo di profondo mutamento non esistono slogan dietro cui metterci al riparo e con cui darci una identità certa, infallibile. «Missione ad Gentes», «ai più poveri ed abbandonati», «agli ultimi», «agli ultimi degli ultimi», «missione nella città» … parole che si svuoteranno sempre di più se continueremo ad usarle per non andare oltre, per evitare la chiamata della vita a rigenerare a cui il nostro vivere ed la nostra prassi.
Spesso noi missionari anziché abbracciare le sfide a cui le varie stagioni delle piogge che arrivano là dove abbiamo lavorato per anni ci chiamano, preferiamo spostarci alla ricerca di altri territori non ancora sufficientemente evangelizzati o nelle città… per restare in uno stato di permanente stagione asciutta e non bagnarci mai il sedere quando l’acqua della crisi ci invita a prenderci le responsabilità del nostro lavoro, ad affrontare i nodi vitali e crescere insieme al nostro popolo. Chissà se non è proprio da qui che trae origine l’illusione che il «futuro» sia sempre altrove rispetto al luogo in cui ci troviamo!
3. La prima e fondamentale vittoria di Gesù è la vittoria sulla paura
La pietra d’angolo di tutta la fede cristiana è la resurrezione, l’esperienza della vittoria di Gesù sulla morte. La fine cruenta del Figlio dell’Uomo, in quanto archetipo di tutte le morti cruente che bagnano i solchi della storia, ha rafforzato una lettura parziale, di superficie, dell’evento morte. Di fatto questo evento a cui nessun vivente si può sottrarre, da tempi immemorabili continua ad essere compreso più come una ineluttabile fine, una porta che chiude e spaventa, che non una porta che apre al mistero della Vita.
La resurrezione nella sua dimensione storica si traduce ed è visibile nella capacità di andare «oltre» e nell’umiltà di lasciarsi sfidare e ferire dal mistero dell’oltre. La disputa a favore o contro la realtà della risurrezione può rischiare di diventare un alibi perfetto per non posare lo sguardo sulla paura della morte che abita l’anima di tutti noi umani. In realtà la prima e fondamentale vittoria di Gesù è stata ed è la vittoria sulla paura. Gesù ha vinto la paura. Per questo chiunque vuole utilizzare la paura per comandare, per garantirsi l’obbedienza, il rispetto o la devozione non ha incontrato se stesso oltre la propria solitudine ed è ancora lontano dall’essere figlio/a della risurrezione.
4. La forza dell’annuncio e della testimonianza
Oggi a noi missionari è chiesto di non venir meno al nostro compito di annunciare il Vangelo, ma questo annuncio non può essere disgiunto da una buona comunicazione, un comportamento limpido, una pratica cordiale dell’ascolto, del confronto e dell’alterità. Sì, l’annuncio cristiano non deve avvenire a ogni costo, né attraverso forme arroganti, né con un’ostentazione di certezze che mortificano o con splendori di verità che abbagliano.
Infatti, come ricordava già Ignazio di Antiochia all’inizio del ii secolo: “il cristianesimo è opera di grandezza, non di persuasione”.
Paolo VI ha più volte chiesto alla chiesa, in vista dell’evangelizzazione di “farsi dialogo, conversazione,
di guardare con immensa simpatia al mondo perché, se anche il mondo sembra estraneo al cristianesimo, la chiesa non può sentirsi estranea al mondo, qualunque sia l’atteggiamento del mondo verso la chiesa”. Ecco perché occorre innanzitutto che siamo noi stessi “evangelizzati”, discepoli alla sequela del Signore piuttosto che militanti improvvisati.
Il primo mezzo di evangelizzazione resta la testimonianza quotidiana di una vita autenticamente cristiana, una vita fedele al Signore, una vita segnata da libertà, gratuità, giustizia, condivisione, pace, una vita giustificata dalle ragioni della speranza.
Questa vita improntata a quella di Gesù potrà suscitare interrogativi, far nascere domande, così che anche a noi verrà chiesto di “rendere conto della speranza che ci abita”. Per questo servono missionari che narrino con la loro esistenza stessa che la vita cristiana è “buona”: quale segno più grande di una vita abitata dalla carità, dal fare il bene, dall’amore gratuito che giunge ad abbracciare anche il nemico, una vita di servizio tra gli uomini, soprattutto i più poveri, gli ultimi, le vittime della storia. Teofilo di Antiochia, un vescovo del II secolo, ai pagani che gli chiedevano “mostrami il tuo Dio”, ribaltava la domanda: “mostrami il tuo uomo e io ti mostrerò il tuo Dio”, mostrami la tua umanità e noi, attraverso la nostra umanità, vi diremo chi è il nostro Dio, qual’è la nostra famiglia.
5. La gioia di vivere la nostra vocazione e fraternità
Una vita felice, beata. Certo, non in senso mondano e banale, ma felice nel senso vero, profondo, perché la felicità è la risposta alla ricerca di senso. Tale dovrebbe essere la nostra vita : liberata dagli idoli alienanti, contrassegnata dalla speranza e dalla comunione fraterna.
Incominciare con questo è già osare il cambiamento!
Auguri e buon cammino!
P. Stefano Camerlengo, vicesuperiore generale IMC

