2 luglio 2009
ANNO SACERDOTALE - Alle radici della scelta
Quell'invito a mandare operai nella messe
Un'intuizione geniale e una felice decisione di papa Benedetto. Questo ci sembra sia l'Anno Sacerdotale, aperto ufficialmente il 19 giugno, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, alla vigilia della chiusura dell'Anno Paolino e in coincidenza con i 150 anni dalla morte di San Giovanni Maria Vianney, noto come il Curato d'Ars.
Un Anno Sacerdotale che si avvia con sullo sfondo l'icona di Paolo di Tarso e con il volto del Curato d'Ars come compagno di viaggio. Con Paolo immerso nella fatica del perenne "viaggio" e con il Curato d'Ars donato alla perenne fatica dell'"ascolto". L'uno e l'altro dentro la quotidiana frontiera del contatto col mistero.
Il senso di un cammino. Perché, dunque, questo Anno? In una stagione della storia nella quale la cultura di un relativismo esasperato penetra in strati sempre più estesi dei soggetti umani, toccando le sponde perfino del semplice popolo cristiano, mettere al centro della comune riflessione e della preghiera della Chiesa la figura del sacerdote, la sua chiamata e la sua missione, può diventare decisivo per una comune riscoperta del valore dell'Assoluto nella vita dell'uomo. È l'esistenza dell'Assoluto, infatti, come del Dio che s'incarna nella vicenda umana, che - sola - può spiegare l'esistenza del sacerdote, di un uomo disposto a dimenticare se stesso per l'Altro, e che in questo Altro trova il senso del proprio esistere e del proprio cammino. Il fatto, poi, che il sacerdote provenga dal popolo, dalla storia sofferta e immersa nella fragilità della gente comune, fa diventare la sua scelta di vita come qualcosa che appartiene all'intera comunità. L'Anno Sacerdotale interpella, pertanto, i sacerdoti; ma con essi, e in qualche modo prima di essi, l'intero popolo cristiano, dal quale i sacerdoti di oggi provengono e dal grembo del quale nasceranno i sacerdoti di domani.
Alle radici di una scelta. E se vogliamo per un momento andare alle radici della scelta di vita dei sacerdoti, ritroveremo la storia del popolo cristiano e della sua preghiera, secondo l'invito ricevuto dal Cristo: "Pregate il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe". Da quella preghiera nascono le vocazioni al sacerdozio. È quella preghiera che sostiene la risposta alla chiamata. In quella preghiera la vita del sacerdote trova il sostegno, la forza nascosta, che gli consente di ripetere ogni giorno il suo sì e di aprirsi agli orizzonti continuamente nuovi e impensati che la sua missione gli traccia. È nel grembo di quella preghiera che egli ritorna per ritrovarsi; e proprio a quella preghiera è dovuto il prodigio del "seme" che diventa "frutto".
Il rischio dell'identità. Legato all'eco di quella preghiera, il sacerdote custodisce la propria identità. Non rischia di smarrirla, nonostante il diffondersi dei dubbi, delle insidie, dei non-sensi dentro i quali naviga la vita dell'uomo contemporaneo. Non rifugge dalle domande e non ha paura delle obiezioni, ma non si trastulla tra domande e obiezioni da esercizio intellettuale. Non rischia di smarrire l'identità, ma nel memoriale di quella preghiera la ritrova come volto che non sbiadisce e sguardo che non si perde. La ritrova come la vocazione ad essere, nello stesso tempo, dentro la dimensione dell'assoluto e dentro la storia della gente; "figlio" e insieme "padre" di un popolo; fratello di chiunque cerca Dio, ma anche di chi lo rifiuta; capace di stare accanto al debole, all'ultimo, al deluso, a chi nutre la speranza, ma anche a chi naviga dentro la disperazione. È in questo suo donarsi la ricchezza della sua identità. L'Anno Sacerdotale è l'occasione, insomma, per ritrovarsi, popolo e prete, insieme.
La follia dell'amore. E nel ritrovarsi avrà la gioia, il prete, di sperimentare la dimensione più alta dell'amore. Non semplicemente l'amore-eros, che pure è sacro e che resiste nei mille spiragli della vita quotidiana, come la carezza sul volto di un ammalato che il prete visita nella sua dimora. Non solo l'amore-philìa, che resiste nel bisogno del prete di vivere l'esperienza dell'amicizia come un impagabile dono. Ma - su tutto - l'amore-agàpe, nel quale egli riesce a dimenticarsi; ad offrire la vita senza chiedere nulla in cambio; a donarsi fino all'ultimo respiro; ad abbracciare le croci col sorriso sul volto. È la follia dell'amore, così rara, così urgente dentro le strutture di un mondo che ha ridotto l'uomo a cosa e che ragiona in termini di dare e avere, di utilità e di profitti. È la follia dell'amore che, sola, può dare senso al non-senso e rischiarare le notti della vita. Alla riscoperta di questa frontiera si è avviato l'Anno Sacerdotale.
Il vissuto delle nostre chiese. Ed infine, è l'occasione l'Anno Sacerdotale per sfogliare dentro le nostre comunità cristiane gli album di famiglia, alla ricerca di volti che hanno incarnato - in maniera ogni volta unica e diversa - l'essere prete. Volti non dimenticati forse, ma taciuti, sulle ali del vento delle novità o dei dubbi dell'ora che passa. Volti che possono riemergere dalle pieghe e dalle piaghe della nostra storia per insegnare anche oggi la possibilità del dono senza riserve. Anche su questa frontiera l'Anno Sacerdotale che si è aperto potrà scrivere pagine di una incomparabile bellezza.
Filippo Curatola
direttore "L'Avvenire di Calabria" (Reggio Calabria-Bova / Locri-Gerace)
da agensir.it

