12 marzo 2009
Trattori Non Carri Armati – Porre fine agli investimenti nelle armi
Deplorando l’aumentata insicurezza e inquietudine civile provocate dall’eccessiva spesa dei governi africani per la difesa, Chuma Nwokolo sostiene che l’accaparramento di armi costituisce un ostacolo fondamentale allo sviluppo e alla stabilità dei paesi. Sottolineando che la pratica di fornire armi al territorio africano rappresenta un ritorno all’era della schiavitù, l’autore rileva l’alta percentuale di PIL speso per armi ed esercito da certi governi africani come l’Angola e l’Eritrea. Nel tentativo di catalizzare un’azione efficace, Nwokolo fa appello alla gente perché sostenga il Trattato mondiale sul Commercio delle Armi.
Questo è uno dei problemi più importanti del nostro tempo.
Mentre la RD del Congo esplode ancora una volta, le generazioni future potrebbero trovare la nostra cecità di fronte ad un male chiaro ed evidente del nostro tempo incomprensibile, proprio come noi abbiamo trovato incomprensibile il silenzio dei beneficiari dell’apartheid, e prima ancora, la connivenza di milioni di persone durante i trecento anni del commercio degli schiavi.
Il ciclo di conflitto e guerra è doppiamente tragico perché ha poco senso costruire scuole e ponti, se i tuoi vicini – o i ribelli nelle loro giungle – stanno costruendo arsenali. In ampie zone dell’Africa, la riconciliazione attraverso il dialogo è notevolmente passata di moda, grazie in gran parte alla preponderanza degli armamenti e alle decine di migliaia di armi – dalle pistole alle mine antiuomo – presenti nelle strade e nelle fattorie in tutto il continente. In molti territori, varie generazioni sono cresciute con la guerra sullo sfondo
Dobbiamo ora riconoscere che in paesi con istituzioni indebolite, dove le armi vengono accumulate, esse alla fine verranno usate, e lo sviluppo, di fronte a tali scorte private e pubbliche, è impossibile.
Dobbiamo investire in semi e trattori, invece che in kalashnikov. La spedizione di armamenti dall’Europa all’Africa era una delle componenti del commercio triangolare degli schiavi che sopravvisse all’abolizione della schiavitù. Tornando a quei giorni, la fornitura di armi europee fu decisiva per la raccolta di schiavi africani. Gli anni intercorsi dopo la fine della schiavitù non hanno migliorato di molto la pratica moralmente dubbia di fornire armi letali a predoni miopi che saccheggiavano le loro stesse comunità.
La proporzione complessiva di PIL spesa ufficialmente da particolari governi africani per l’attività militare è preoccupante. Secondo le cifre fornite dal Resoconto Mondiale della CIA, l’Angola, per esempio, ha speso soltanto il 2,4% del suo PIL 2005 per l’istruzione, ma il 5,7% per spese di difesa e militari. L’Eritrea, da parte sua, ha speso il 2,4% del suo PIL per l’istruzione e il 6,3% per la difesa. Questo contrasta notevolmente con quanto avviene in Giappone, che ha speso il 3,5% del suo PIL per l’istruzione e lo 0,8% per spese militari. Persino gli USA, che hanno il più grande esercito del mondo, spendono soltanto il 4% del PIL per la difesa, contro il 5,3% per l’istruzione. Inoltre, i miliardi di dollari spesi ufficialmente dai governi africani per gli armamenti si aggiungono sia ai fondi persi a causa della corruzione endemica nel settore delle armi, sia alle risorse investite dai gruppi ribelli in operazioni di mercato nero (per esempio nella guerra dei diamanti).
Queste cifre sono uno scandalo e fanno parte dei problemi complessivi dell’Africa:il fatto che la lista dei 25 paesi con il tasso di mortalità più alto nel mondo sia saldamente africana, come pure la lista dei paesi con la maggiore mortalità infantile, l’aspettativa di vita più bassa, la minore proporzione di cittadini alfabetizzati, o il maggior numero di morti legate all’HIV/AIDS, per fermarci solo a cinque indici.
La grande tragedia è che l’emorragia di risorse vitali da istruzione, salute e infrastrutture verso gli armamenti crea una maggiore inquietudine civile, e le armi acquistate dai governi spesso finiscono nelle mani di ribelli e fazioni in guerra. Il conflitto ivoriano del 2002 è un caso esemplare, in cui soldati ribelli semplicemente aprirono l’arsenale governativo per dare inizio al loro ammutinamento. In questo senso, i grandi arsenali in realtà peggiorano la sicurezza dei paesi in questione, mentre aumentano il livello del loro debito nazionale. Naturalmente questo non è un problema soltanto africano: i 600 miliardi di dollari spesi nell’ultima guerra del Golfo non hanno portato esattamente sicurezza nelle strade irakene.
Se la spesa annuale per le armi verrà dimezzata in tutta l’Africa e da parte di tutti nei perenni conflitti del continente, e il denaro risparmiato verrà investito per la salute, l’istruzione e le infrastrutture per incominciare, l’Africa vedrà migliorare le opportunità di milioni di persone. In molti casi, tutto quello che serve perché le comunità si mantengano è che esse abbiano la possibilità di coltivare e raccogliere in pace. In molti casi, se i paesi di tutto il mondo si tenessero le loro bombe a casa propria, essi potrebbero tenersi anche i loro aiuti alimentari.
Questa strategia richiede che si intraprenda un’azione concertata regionalmente per:
- Ridurre la proporzione di PIL investita in armamenti
- Eliminare il mercato nero e il flusso clandestino di armi verso il continente
- Investire in modo sostanzioso in mediazione comunitaria, infrastrutture e creazione di occupazione nelle regioni che si riprendono da un conflitto.
Perché questo si concretizzi, l’Unione Africana deve muoversi e assumere la responsabilità e la gestione del processo di liberazione dell’Africa dal retaggio delle armi. In cinque secoli, la forza delle armi si è dimostrata in modo schiacciante una difesa inefficace per le nazioni africane contro gli invasori non africani. Nel 21° secolo, le armi svolgono un ruolo ampiamente locale e regionale, poiché le tensioni locali e nazionali vengono attizzate e alimentate per scopi egoistici. Dobbiamo agire su scala regionale per ricomprare e smantellare le riserve segrete di armi, creare robuste strutture e reti di riconciliazione, e rafforzare il mantenimento della pace regionale in cui il ruolo dell’intervento armato venga progressivamente ridotto.
Il ruolo dell’Occidente è di dare la caccia a quelle armi illecite che partono per l’Africa dalle loro spiagge con lo stesso rigore con cui lo farebbero se le armi fossero destinate a rivolte armate nelle strade di Londra o Parigi o a insurrezioni nel centro di New York o Berlino.
E’ necessario investire in modo sostanzioso nel liberare il territorio africano dalle armi. E’ importante che nessuna parte del continente resti estranea a questo problema. Per decenni la Costa d’Avorio è stata l’eccezione regionale alla regola dello scompiglio dell’Africa occidentale, ma poi è arrivato il momento della guerra e del conflitto e anni di progresso sono stati spazzati via. Anche quando le ostilità non esplodono propriamente all’interno dei confini di un paese, la guerra è traumatica in modo uguale per le comunità di rifugiati e le comunità ospitanti: ne fanno testimonianza le recenti rivolte xenofobe del Sud Africa. L’UNHCR (ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) attualmente riferisce di più di 5 milioni di rifugiati e di dislocati interni in Africa.
La mia poesia, Sangue che grida, presenta la prospettiva di un angelo nel Giorno del Giudizio, ma non è necessaria una convinzione religiosa per immedesimarsi nei milioni di persone rinchiuse in cicli di sofferenza. La guerra dell’Uganda infuria da due decenni, come quella della Somalia. In Sudan, in Angola, ogni giorno, in un'altra boscaglia dimenticata dell’Africa, un’altra granata farà saltare in aria una comunità, sostituendo i normalissimi sogni di una normalissima famiglia con un altro incubo abnorme. E’ l’ora di collegare l’iniquità dell’industria delle armi al sangue che grida sul terreno.
Attenti a non sbagliare: gli Africani e i loro governi hanno la responsabilità primaria della situazione. Nel migliore dei casi, essi agiscono: la moratoria dell’Africa occidentale su importazione,esportazione e produzione di armi piccole è stata la prima moratoria regionale al mondo, e ora si è trasformata in una convenzione. Undici paesi dell’Africa orientale hanno firmato il Protocollo di Nairobi su Armi piccole e Armi Leggere. Ma nel peggiore dei casi, essi possono anche essere complici venali dell’industria delle armi. Comunque, in ogni caso, i morti e morenti sono le vittime impotenti, quindi è anche l’ora che noi riconosciamo l’ipocrisia dei paesi che spediscono bombe a grappolo in Africa in primavera e aiuti alimentari in estate, a volte con le stesse navi. Dobbiamo spingerci oltre l’interruttore di controllo remoto che spegne la diffusione di notizie scomode per denunciare questa follia, proprio adesso.
Ovviamente, non c’è al mondo panorama, o piazza del mercato che può essere migliorato da una bomba. Il problema delle armi non è esclusivamente africano. Sono le coincidenze devastanti qui riportate che rendono lo status quo del continente particolarmente ripugnante. Ci sono da prendere delle semplici misure:
- Tutti possono sostenere il Trattato mondiale sul Commercio delle Armi e fare pressione sui propri governi perché facciano lo stesso
- I governi africani possono firmare una convenzione che vieti l’acquisto, la vendita e la produzione delle armi piccole
- I governi africani possono firmare una moratoria che li impegni ad abbassare la spesa per la difesa all’1,5% del PIL o meno
- I governi africani possono finanziare attivamente le mediazioni comunitarie, per occupare le persone nella costruzione della pace invece che nella guerra
- Tutti i governi possono approvare per legge una moratoria contro la vendita di armi alle zone di conflitti
- Le aziende e i singoli possono smettere di investire nell’industria delle armi in generale e possono sostenere gli sforzi mondiali per regolare e gestire il settore
- I paesi che esportano armi possono aggiornare la loro legislazione perché i mercanti di armi che eludono le sanzioni possano essere perseguiti
Se sei africano, dì al tuo governo che preferiresti che le tue tasse servissero per comprare trattori invece che carri armati. Se sei un cittadino di uno stato che fabbrica armi, chiedi al parlamentare che hai eletto quante bombe sono state spedite in Africa in tuo nome.
*Chuma Nwokolo è uno scrittore e sostenitore di Jos, Nigeria
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Chuma Nwokolo

